@AndreaLawendel

26105_350917310747_184476_nLa radio è un mezzo particolarmente adatto (e adattabile) per chi vuole ancora raccontare le storie dei minimi della terra, quelli di cui parlava nel suo primo discorso da presidente della Camera Laura Boldrini, coloro che messi insieme fanno un paio di miliardi di persone ma continuano nonostante tutto  a costituire la minoranza che non conta, a occupare perennemente ghetti che raramente vengono illuminati dai costosi riflettori della televisione, finanche nelle sue trasmissioni di inchiesta più coraggiose. Minoranze etniche, linguistiche, religiose, comunità particolarmente remote (spesso irraggiungibili dalle infrastrutture di Internet), migranti soli e perseguitati anche quando abitano in grandi aree metropolitane, moderne e “evolute”, restando invisibili ai più. Per quasi vent’anni, prima di doversi arrendere nel 2012, Sabrina Sganga ha prestato la sua voce a questi minimi e a tutte le questioni di equità sociale, economica, ambientale, attraverso i microfoni di Controradio, emittente toscana del circuito di Popolare Network, in coraggiosa rappresentanza del radiofonia italiana di qualità.
Oggi viene istituito un premio giornalistico intitolato alla carriera di questa appassionata giornalista radiofonica e al titolo – discreto ed eloquente – del programma condotto da Sabrina: “Questione di stili”.  Lo spirito degli organizzatori è riassunto nella volontà di alimentare una nuova cultura dell’informazione e una nuova identità del giornalista (o “attivista mediatico” che sia) capace di contribuire alla trasformazione virtuosa dei nostri stili di vita. Anche per non rimanere ancorati al carro delle parole d’ordine di moda oggi, ma tentando ancora lo sforzo di anticipare i tempi.
Alla fine è il ricordo di persone come Sabrina, della loro ostinata ma tranquilla testimonianza, a restare scolpito nella memoria collettiva più dell’opulenza ostentata e volgare, dell’effimero successo finanziario che qualcuno vorrebbe spacciarci come modello universale e perfetto. Il suo bel viso di cronista coraggiosa con la cuffia sulle orecchie e il suo nome, sono quelli di tanti che non vediamo mai in faccia e che mai sentiremo chiamare per nome. In riconoscimento di tutti quei minimi della terra presente, potremo continuare a pronunciare il nome di Sabrina, accanto a quelli di colleghi e colleghe che che non ci sono più – tra le donne pensiamo soltanto a Ilaria, a Maria Grazia, uccise in guerra, ma anche a Marcella, che per raccontare lo scellerato disastro di Cernobyl ha voluto correre, fino all’ultimo, un rischio mortale.
Il mestiere di tutte queste incredibili professioniste di un’informazione sobria, intelligente e compassionevole, ci dice quanto sia distante il mondo del vero giornalismo dal simulacro mediatico che continuiamo a vedere e ad ascoltare ogni giorno – soprattutto, spiace dirlo, in Italia – da schermi e altoparlanti. La vacuità del gossip, dello sterile e servile cronismo politico, non nasconde, anzi riesce a far risaltare il lavoro di Sabrina, il ruolo che la radiofonia riesce a rivestire nelle aree di maggiore criticità e povertà del mondo. In Africa come in Asia e in America Latina governi e Ong, istituzioni private e fondi di finanza etica sostengono decine e decine di iniziative di radio comunitaria che portano informazione e formazione ai giovani e alle loro comunità, diffondono cultura, preservano e rafforzano le tradizioni locali, magari rilanciandole come ulteriore leva di affrancamento e benessere. Premi come questo intitolato a Sabrina riportano il giornalismo a una dimensione di dignità, verità e partecipazione: gli unici stili che contano.

Quest'articolo è stato pubblicato in Il premio secondo.... Bookmark il permalink.