Anna Meli

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Con Sabrina ci siamo trovate più volte a commentare e discutere di cosa vuol dire fare informazione oggi. Lei, come molti altri amici giornalisti, si sono sorbiti molte volte i miei sfoghi sui titoli ad effetto della stampa locale, su quelle parole come clandestino, vu cumprà, che hanno contribuito ad avvelenare il clima di convivenza e il dibattito sul tema dell’immigrazione, e ci siamo confrontate sulla costruzione del discorso dei media. Condividevamo l’analisi che questa costruzione era influenzata fortemente dalla formazione personale sì, ma anche dalla capacità del giornalista di decentrare il punto di vista e di non sposare il pensiero dominante.  Un compito non facile oggi più che mai che la macchina produttiva dell’informazione esige tempi sempre più veloci e una mercificazione spinta della notizia. Essere in diretto contatto con le persone, le associazioni e la realtà dei territori diventa fondamentale per non perdersi e saper guardare oltre il ristretto giro delle fonti istituzionali e di chi impone l’agenda ai media “tradizionali”.
Questo è tanto più vero quando riguarda il racconto giornalistico su fenomeni come quello dell’immigrazione, relativamente nuovo ma complesso che, al contrario di quanto è stato e viene veicolato dal pensiero prevalente, ha mille volti, storie e vissuti diversi.
Gli immigrati ci impongono di riflettere su quegli schemi rigidi di pensiero e quelle categorizzazioni che ci sono state imposte fin da piccoli dai libri di scuola, con i loro paesi di origine misconosciuti e per lo più ignorati, con le loro diversità che non sappiamo ricondurre se non a quei presunti caratteri culturali che assumiamo siano immodificabili e universali solo per gli altri. Se questo paese non è riuscito in 30 anni di storia dell’immigrazione in Italia a comprendere il fenomeno e a farlo conoscere lo dobbiamo in gran parte a politiche miopi e spesso discriminatorie e razziste che sono state imposte per guadagnare facili consensi, ma anche a giornalisti e media incapaci di spirito critico e di indipendenza, oltre che di ammessa impreparazione.
Non a caso Sabrina guardava ai figli di immigrati come a coloro in grado di darci oggi uno sguardo più realistico del futuro, ma anche di riportarci più in fretta di tanti convegni e progetti, alla realtà meticcia e già positivamente contaminata del nostro paese. I figli di immigrati sono l’espressione della dimensione in cui ci dovremmo muovere per comprendere la realtà che ci circonda che è sempre più internazionale e interconnessa. L’affermazione del diritti di cittadinanza e delle pari opportunità che sapremo trovare nella scuola e nelle professioni misurerà il livello della nostra democraticità e di investimento su un futuro migliore.
Parlare di consumo critico, di etica e di sostenibilità vuol dire anche riportare al centro la questione dei diritti e porsi in una dimensione globale, di cui i migranti e i loro figli possono costituire un emblema. Mi auguro che tra i prodotti ed i progetti giornalistici di questo premio ci sia spazio anche per questi temi.
Sabrina sapeva calarsi nelle vicende e nelle storie che le venivano raccontate con passione ma senza mai perdere quello spirito critico che muove il buon giornalista a fare le domande più scomode e difficili.
Sapersi fare e saper fare le domande giuste prima di trattare una notizia, scrivere un pezzo o montare un servizio sono doti che dovrebbero essere coltivate da chi partecipa a questo premio.

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