Camilla Lattanzi

camillaSto leggendo un libro bello e terribile, s’intitola ”Il veleno nel piatto”, è una poderosa inchiesta di una scrittrice francese sulle decine di molecole chimiche che hanno invaso l’ambiente in cui viviamo e la nostra alimentazione dalla fine della Seconda guerra mondiale. Il libro è scritto in modo magistrale: chiaro, informato, documentatissimo, denso di storie di vita drammatiche, storie che accomunano gli abitanti di Bophal, quelli di Seveso, le vittime dello Zykon B nei campi di sterminio, i soldati gassati nelle trincee a Ypres, in Belgio, il 22 aprile 1915, ma anche i ratti asfissiati nelle fognature parigine, le formiche di fuoco della Louisiana, il bracciante agricolo inconsapevole e il piccolo agricoltore fiducioso nei pesticidi acquistati presso la “sua” cooperativa. Per non parlare di chi consuma poi quei cereali, quella frutta e quel vino, ovvero tutti noi.
“Com’è possibile che esseri ragionevoli cerchino di impedire il diffondersi di poche specie di organismi “indesiderabili” servendosi di un mezzo che contamina la Terra intera ed è portatore di malattia e di morte anche per il genere umano?- si chiede l’autrice. Il progresso, che doveva portare con sé felicità e benessere, minaccia di divorare i propri figli. Uomini, animali, acque, vegetazione e aria stanno pagando un tributo pesantissimo alla follia chimica di pochi ma insaziabili centri di potere.
Ho scelto di parlarvi di questo libro perché ogni pagina che leggo mi racconta qualcosa di Sabrina, del suo lavoro e della sua fine, e perché questa lettura mi convince ancora di più – se sette anni di collaborazione con la trasmissione “Questione di Stili” non fossero bastati – che occuparsi di modelli nuovi e rivoluzionari di produzione, consumo e convivenza tra viventi è urgente. Per questa ragione appoggio volentieri il Premio Sabrina Sganga: perché abbiamo – purtroppo – il deserto morale e intellettuale intorno. Manca del tutto, nel discorso politico e culturale, un piano di evacuazione dal naufragio in corso. Nel 2004, ai blocchi di partenza della trasmissione “Questione di Stili”, ci si poteva ancora accontentare di parlare di scelte soggettive e individuali. Adesso c’è forse bisogno di qualcosa in più. Ho fiducia che nei lavori dei partecipanti al Premio emerga questo scatto in avanti, quello che probabilmente Sabrina e io avremmo fatto assieme, se ne avessimo avuto il tempo e il modo.

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