Giovanni Maria Bellu

Il sistema dell’informazione condivide con la società italiana una forma di rassegnata “xenofobia a bassa intensità”. Degli immigrati si parla ancora soprattutto nella cronaca nera o in presenza di notizie che richiamano qualcuna delle strane “emergenze” nazionali: emergenze che riescono a restare tali per decenni. Nemmeno i dati economici sul rilevante contributo degli immigrati al prodotto interno lordo o al pagamento dei contributi pensionistici bastano a modificare la prospettiva. E cioè a diffondere l’idea che la diversità possa essere una fonte di arricchimento e che esista una straordinaria varietà di storie che il giornalismo italiano potrebbe raccontare.

Gli immigrati – e in generale i “diversi” – non vengono presi seriamente in considerazione nemmeno come potenziali lettori. L’informazione si basa su un prototipo di fruitore X che nella maggior parte dei casi viene ancora classificato come bianco, eterosessuale e cattolico.

I giornalisti italiani nel 2008 si sono dotati di un codice deontologico, la Carta di Roma, che contiene alcune semplici regole da seguire quando si parla di immigrati, rifugiati, richiedenti asilo. Regole di buon senso – adottare termini appropriati, evitare informazioni sommarie, imprecise, distorte; tutelare l’identità dei rifugiati e dei richiedenti asilo per evitare ritorsioni sui loro familiari – che sarebbero addirittura superflue se, semplicemente, tutti i giornalisti si attenessero alla regola fondamentale, sancita dall’articolo 2 delle legge istitutiva del loro ordine professionale (che risale al 1963): rispettare la verità sostanziale dei fatti.

Nel 2011 è nata l’associazione Carta di Roma che ha il compito di vigilare sull’osservanza del codice deontologico. E questo fatto – la necessità di un organo di vigilanza – chiarisce da solo che non sempre quelle ovvie regolette vengono rispettate. Molto spesso per colpa (in senso tecnico: negligenza, imprudenza, imperizia), ma anche per dolo: c’è infatti chi le interpreta come esasperazioni del politically correct e ritiene, per esempio, di dover continuare a utilizzare il termine clandestino per definire un richiedente asilo, o nomade per indicare un rom che vive da generazioni nello stesso luogo ed è anche cittadino italiano, o non si fa scrupolo di accreditare l’idea – smentita dall’intero mondo scientifico – che i salvataggi in mare dei migranti provenienti dall’Africa possano determinare la diffusione in Italia del virus dell’ebola.

Ma come ha scritto Igiaba Scego nel presentare il secondo rapporto di Carta di Roma «non c’è solo l’esigenza di attuazione del codice deontologico (quindi l’uso delle parole corrette, di una titolazione che rispetti il prossimo, ecc.), ma anche l’esigenza di far capire a chi fa informazione che l’Italia ha ormai cambiato pelle e che, piaccia o no, lo Stivale ormai è meticcio».

Ecco il Premio intitolato alla collega Sabrina Sganga offre una straordinaria opportunità di raccogliere prodotti e progetti giornalistici utili a “far capire”.

Giovanni Maria Bellu, Presidente Associazione Carta di Roma

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