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Sonia Baccetti

Ricordare Sabrina dopo tanto tempo è per me una sensazione strana. Sabrina è infatti con noi, perché molte delle cose che lei ha iniziato, che ha portato avanti, sono con noi, scandiscono ancora le nostre giornate, ci accompagnano.

Alcune cresciute a dismisura, diventate una esigenza indiscutibile, ormai patrimonio anche di settori considerati meno all’avanguardia nella programmazione sanitaria e nella scelta della migliore cura per il paziente. Per esempio, quando Sabrina cominciò a parlarne, chi poteva pensare che la scelta di mettere la persona al centro delle cure sarebbe entrata a far parte dei principi sui quali si basano i sistemi sanitari di tutti i paesi più avanzati? E chi poteva sperare che  offrire al malato una rosa di opportunità terapeutiche mirate  alla guarigione ma anche alla qualità della vita e che comprendessero agopuntura e medicina cinese, fitoterapia e omeopatia (che in Toscana definiamo medicine complementari), insieme alla corretta alimentazione e al diritto di assumere cibi non inquinati sarebbe diventato un diritto esigibile per i cittadini toscani ma anche di altre regioni d’Italia? Ed ora ciò che Sabrina urlava con forza è diventato realtà, visto che un italiano su 5 si cura con le medicine complementari, come dimostrano i dati Eurispes 2017,  e gli ospedali più famosi del mondo come ad esempio il Dana-Farber Cancer Institute di Boston, il Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York e M.D. Anderson Cancer Center di Houston, ma ormai anche molti ospedali toscani, per rispondere alle richieste dei malati di cancro  hanno attivato Dipartimenti di oncologia integrata che, insieme ai trattamenti ufficiali, offrono sedute di medicine complementari, tecniche corpo mente, massaggi ecc.

Se penso a una immagine di Sabrina che ricorre nella mia mente, la vedo muoversi a destra e a manca a Terra futura che per molti anni si è svolta alla Fortezza da Basso,  a Firenze, per presentare le novità sui temi della vita consapevole e spesso ad intervistare tutti quelli che con me si sono battuti per il riconoscimento delle medicine complementari nel servizio sanitario toscano.

Sabrina era dolce e forte, talora anche dura, era inusuale, mai scontata; per noi un esempio di curiosità e di forza nel realizzare le proprie idee.

Sonia Baccetti, presidente di giuria della quinta edizione del Premio

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Leila Ben Salah

Vincere il Premio Sabrina Sganga per me ha rappresentato una grande opportunità. L’opportunità di dar voce a tutta una comunità, quella Lgbt, totalmente inascoltata nel mondo arabo. Ahmed, Hedy, Yadh e tanti altri lottano tutti i giorni solo per essere riconosciuti come persone. Non vogliono sfilare per le strade od organizzare gay pride nei paesi a maggioranza islamica, vogliono solo essere considerati cittadini come tutti gli altri. “E non animali” come mi hanno raccontato. Questo premio lo dedico ad Ahmed Ben Amour perché il suo attivismo sia sempre in prima linea. Ahmed è un ragazzo gay tunisino, che più volte minacciato di morte, ha tentato il suicidio, credendo di non potercela fare. Ecco questo premio è per lui e per tutti coloro che nella vita devono lottare per farsi riconoscere come persone.

Leila Ben Salah, vincitrice della prima sezione del Premio

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Daniela Sala e Gaetano Veninata

Il premio per noi ha significato avere l’opportunità di seguire una storia che avevamo incrociato, ma che non avevamo mai avuto il tempo – e soprattutto le risorse – per seguire con la dovuta attenzione. La nostra speranza (e insieme la nostra preoccupazione) è quella di essere riusciti a dare la giusta rilevanza ai suoi protagonisti, quelli che ci piace chiamare ‘nuovi italiani’.

Raccontare il fenomeno dello sfruttamento lavorativo e le lotte di chi lo vive nel quotidiano, è infatti complicato. Ancor di più se a farlo sono le prime vittime (non le uniche, ovviamente) di questo fenomeno. Al Sud la parola caporalato vuol dire tante cose e si intreccia a tanti altri problemi: culturali, sociali, ambientali. Riguarda le modalità di produzione, anche, e il rapporto tra capitale e lavoro. Il come e il perché un pomodoro è dentro il nostro frigorifero, per capirci.

Ecco, se c’è qualcosa per cui siamo grati al premio è l’incredibile opportunità che ci ha dato di raccontare le storie dei migranti di Caserta e Castel Volturno, le loro battaglie, il loro agire quotidiano nel segno di una cultura della solidarietà che andrebbe riscoperta, spesso e purtroppo, anche dai ‘vecchi italiani’.

Daniela Sala e Gaetano Veninata, vincitori della quarta edizione del Premio

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Mariella Di Stefano

Rappresentare lo spirito del proprio tempo e raccontarne le storie in modo chiaro, documentato, eticamente corretto, con un linguaggio che riesce a interessare, affascinare e trascinare il lettore. E’ quello che ogni giornalista si propone di fare con il suo lavoro, declinando nel modo il più possibile genuino la verità di ogni storia, grande o piccola che sia, di ogni frammento del reale in cui vive. E’ un obiettivo dignitoso e onesto in un’informazione spesso conformista e omogenea, fagocitata dalla velocità e dalla notizia che si consuma all’istante, che poco si interroga e non riflette, che dà priorità ai numeri, ai titoli e non alle storie vere.

Poi accade che qualcuno, per una straordinaria combinazione di fattori imprevedibili, riesca ad andare oltre. Persone dotate di un’antenna speciale, una specie di sesto senso. Persone che colgono a fondo lo spirito dell’epoca in cui vivono e grazie a una sensibilità più sottile o più profonda, empatica, precorrono i tempi e anticipano il futuro. Percepiscono dunque bisogni ancora inespressi o espressi in forma frammentaria e inconclusa e riescono a farli emergere in superficie in modo che abbiano voce e spazio e diventino narrazione di quel tempo. Una voce forte e chiara che aggrega, tesse reti e trasforma quel fiume carsico in testimonianza del proprio tempo che reclama diritto di cittadinanza. E inevitabilmente pone le condizioni per trasformare “lo stato delle cose presenti”.

Sabrina Sganga ha avuto la capacità di essere questa voce e di esprimere senza mediazioni una visione innovativa e forte – perché matura e radicalmente certa della sua giustezza – di molti contenuti che hanno ridisegnato i concetti di salute e malattia e il nostro rapporto con la realtà della cura, o meglio delle cure possibili. Non per finalità astratte ma per affermare una visione aperta e inclusiva, polifonica, abbandonando se necessario certezze radicate, ma non più in grado di rispondere ai bisogni ed esigenze più complessi dell’uomo contemporaneo. Per praticare davvero la libertà di scelta terapeutica, diritto costituzionale e cartina di tornasole del grado di democrazia di una società.

Nei primi anni Novanta un libro, “Gli amici dell’acqua”, raccontava le esperienze di una comunità piccola di persone che iniziavano a curarsi con quelle che si chiamavano ancora “medicine alternative”, a marcarne l’alterità rispetto alla narrazione prevalente della medicina.

Oggi quell’embrione di comunità ha superato la sua dimensione minoritaria. E’ un mondo di soggetti consapevoli dei propri diritti che continua a lottare perché, se razionali e fondate, altre terapie e metodi di cura possano diventare un diritto esigibile per i cittadini che lo richiedono.

L’integrazione dei saperi medici dentro una visione innovativa e moderna del diritto alla salute, oggetto del Premio Sabrina Sganga 2017, non è più il racconto di pochi o mera testimonianza. E’ una esperienza condivisa da molti e avendo costruito alleanze impensabili anche solo pochi anni fa, lascia tracce importanti che cominciano a riscrivere la storia dei sistemi sanitari possibili. Certo c’è ancora molto da fare ma la strada è tracciata. Una strada che finalmente prende in carico i bisogni e le esigenze di molti, di quel 20% di cittadini italiani che, come dice l’ultimo Rapporto Eurispes, utilizzano terapie o sistemi di cura complementari. Se questo è accaduto, si deve anche a Sabrina e a quella sua voce chiara e forte capace di intonare un controcanto e di diventare spirito del nostro tempo.

Abbiamo bisogno di voci coraggiose, capaci di andare controcorrente, di non accontentarsi di narrazioni preconfezionate. Se questo approccio troverà un suo spazio nel premio, saremo tutti più ricchi. Di umanità e di futuro.

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Marche solidali

Si è tenuta giovedì 2 marzo, nella sala stampa di Palazzo Strozzi Sacrati a Firenze, la presentazione del Premio giornalistico Sabrina Sganga – Questione di stili, giunto alla sua quinta edizione. Continua a leggere…

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blog.giovanisi

Aperta la quinta edizione del “Premio Giornalistico Sabrina Sganga – Questione di Stili”. Il Premio è riservato a giornalisti (professionisti, pubblicisti, praticanti e allievi delle scuole di giornalismo) e ad attivisti e operatori del campo della comunicazione, nei settori della carta stampata, radio, televisione, cinema documentario e nuovi media. Continua a leggere…

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CSV Taranto

Il premio Sabrina Sganga intende valorizzare e promuovere un’indagine giornalistica, un reportage, che svolga il tema dell’anno con particolare attenzione all’accesso delle conoscenze, alla democrazia diffusa, alla partecipazione dal basso, alla sostenibilità ambientale, a una finanza etica e critica, a stili di vita che sperimentano alternative al consumismo e all’individualismo. Continua a leggere…

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LSDI

Il premio intende valorizzare e promuovere un’indagine giornalistica, un reportage, che svolga il tema dell’anno con particolare attenzione all’accesso delle conoscenze, alla democrazia diffusa, alla partecipazione dal basso, alla sostenibilità ambientale, a una finanza etica e critica, a stili di vita che sperimentano alternative al consumismo e all’individualismo. Continua a leggere…

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Cospe.it

 

Si è tenuta giovedì 2 marzo, nella sala stampa di Palazzo Strozzi Sacrati a Firenze, la presentazione del Premio giornalistico Sabrina Sganga – Questione di stili, giunto alla sua quinta edizione. Il tema di quest’anno sarà “Obiettivo Salute: saperi integrati per prevenzione e cura sostenibili. Le nuove sfide del diritto alla salute; benessere, prevenzione cura fra medicina convenzionale e medicina integrata”. Continua a leggere…

 

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