Raffaele Palumbo

_DSC0939Continuiamo ad avvelenare il pianeta, i suoi abitanti, i nostri corpi in maniera mai vista nella storia dell’umanità e con una consapevolezza mai avuta prima. Sappiamo tutto. Dibattiti patetici e nati vecchi, come quello sul reale peso degli esseri umani sull’inquinamento del pianeta o sulla veridicità o meno del global warming, sono stati superati dalla storia nel volgere di pochi anni. Già, perché nel decennio che abbiamo alle spalle c’è stato anche chi – interessato o disinteressato che fosse – ha usato le sue energie per dirci che il Pianeta è troppo grande per sentire la nostra impronta, che i cambiamenti climatici non possono avvenire a causa dei nostri comportamenti, che il petrolio non finirà mai. Emblemi della follia che ha pervaso lo sviluppo esponenziale che ha caratterizzato la vita e gli stili di vita occidentali dal Secondo dopo guerra, fino alla grande sveglia del 2008, l’anno dell’inizio della crisi.  È ancora opinione comune – e, nell’establishment politico e culturale dei paesi che con noi condividono un destino politico ed economico, è certezza granitica – che l’unica via di uscita sia continuare ad aumentare la produzione, i consumi, i rifiuti, la crescita esponenziale.
Sabrina ha iniziato a lavorare su questi temi dalla fine degli anni ’90, e per più di quindici anni, ha intessuto una vera e propria trama, molto fitta ed estremamente densa. Da una parte la capacità di intercettare e dare voce a tutte quelle esperienze che sul territorio hanno cercato e cercano di dare una risposta alle nuove domande poste dalla globalizzazione. Dall’altra, non solo dare voce, ma contribuire a creare una rete capace di intrecciare le esperienze locali con quelle nazionali e globali. Il senso del premio ispirato a Sabrina sta proprio qui dentro. Cercare di promuovere un giornalismo libero che si sforzi di intercettare la trasformazione. Di raccontare quelle storie vitali e pure paradossalmente ignorate e sommerse dal “rumors” quotidiano delle “notizie” che non ci raccontano niente che non sappiamo di già. Ecco, con questo premio, noi chiediamo – come Sabrina ha saputo fare per anni – raccontateci qualcosa che non sappiamo di già. Cercate una riposta, una via diversa, una possibile soluzione virtuosa per rispondere alle mille domande che abbiamo davanti. Dimostrateci che è possibile vincere l’egemonia delle abitudini. Per tutta la vita che ho trascorso con Sabrina ho sempre osservato la sua perenne insoddisfazione nei confronti dell’attuale. L’indisponibilità a mettersi a sedere. L’incapacità di stare ferma su un punto dato per acquisito. Nella piena della trasformazione Sabrina ha preteso di stare sempre. Non da ultimo per la consapevolezza di stare in un’epoca fatta in teoria di consapevolezza e informazioni: l’era dell’accesso. Per lei era l’era dell’eccesso, un era in cui – più che mai – al contrario doveva valere il detto less is more.
L’eccesso è quanto ci circonda. L’eccesso di cibo che fa ammalare, l’eccesso di rifiuti che ci spinge a soluzioni inquinanti, l’eccesso di informazioni che generano disinteresse e disinformazione, l’eccesso di parole e spostamenti inutili, l’eccesso di consumi, di produzione, di connessioni effimere, di superficialità. Il Premio Sabrina Sganga Questioni di stili è stato allora pensato per dare voce a quanti sono ancora disponibili a raccontarci quell’altro mondo, che esiste già, ma che poco spazio trova nei nostri articoli e nelle nostre trasmissioni. Un giornalismo capace di dirci che è possibile, che si può fare in un altro modo, in un modo completamente diverso da quello che noi oggi, ancora, stiamo adoperando per stare su questo pianeta. E che forse, facendo le cose diversamente, si può persino arrivare ad essere felici.

Quest'articolo è stato pubblicato in featured, Il premio secondo.... Bookmark il permalink.